Indennità sostitutiva di ferie non godute

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indennità sostitutiva delle

ferie non godute

La monetizzazione delle ferie non godute è da sempre un tema scottante, in quanto sia la legislazione che l’orientamento nazionale nel corso degli anni hanno subito notevoli cambiamenti di rotta, dapprima riconoscendo il diritto ad un’indennità sostitutiva in caso di mancata fruizione dei giorni di ferie contrattualmente spettanti al lavoratore, successivamente negando il riconoscimento indiscriminato di tale diritto, ammettendolo solo in presenza di chiari requisiti.

Dando uno sguardo alle ultime decisioni delle alte Corti (Corte Costituzionale, Corte di Giustizia dell’UE e Corte di Cassazione) pare, tuttavia, che l’orientamento predominante sembra essere assolutamente favorevole a riconoscere al lavoratore un diritto in forma pecuniaria quando è nell’impossibilità di godere effettivamente delle ferie annuali.  E così più precisamente:

La normativa e giurisprudenza italiana.

L’interpretazione restrittiva riguardante la monetizzazione delle ferie non godute fonda la sua ratio nel disposto dell’art. 5, comma 8, D.L. n. 95/2012 che è stato ideato proprio per reprimere l’eccessivo ricorso alle risorse economiche del Paese. Tuttavia il divieto, sebbene in principio sia stato applicato indistintamente ed indiscriminatamente, superata la necessaria fase di adattamento e di ricezione della nuova normativa, i giudici hanno iniziato a collocare la questione all’interno del nostro ordinamento in modo che non fosse mai in contrasto  con i principi sanciti dalla Costituzione e limitasse eccessivamente la portata delle norme a garanzia dei diritti del lavoratore (in particolare, il principio dell’irrinunciabilità delle ferie).

Non è un caso che la Corte Costituzionale con la pronuncia n. 95/16 ha escluso la fondatezza della questione di legittimità costituzionale dell’art. 5, comma 8, del D.L. n. 95/12 sulla base della considerazione che tale norma non vieta in maniera assoluta, nell’ambito del lavoro pubblico, di corrispondere trattamenti economici sostitutivi delle ferie non godute dal momento che il lavoratore conserva il diritto a un’indennità per le ferie non godute quando la mancata fruizione non sia imputabile alla sua volontà. E’ certo, quindi, che l’interpretazione di detta norma, in tutta la sua problematicità, non può essere rapportata al mero dato testuale, piuttosto inserendosi nell’evoluzione che ha avuto la nozione di trattamento economico spettante al dipendente quale controprestazione generale dell’attività lavorativa svolta. Si è così tralasciata la rigida equazione “prestazione – soldi” in base alla quale sarebbe esclusa a priori la monetizzabilità, configurandosi invece un diritto del dipendente-lavoratore anche per le prestazioni che assumono carattere economico in sostituzione di quelle di diversa natura originariamente spettanti, e relative a situazioni in cui il dipendente non ha colpa. Di qui, l’interpretazione sulla natura e sull’assoluta inderogabilità del diritto del lavoratore alla fruizione delle ferie annuali e, nell’ipotesi della loro oggettiva impossibilità, dei possibili diversi diritti sostitutivi quale quello della relativa monetizzazione offerta dai Giudici Amministrativi[1], ma anche dai Giudici di merito e dalla Cassazione che hanno escluso l’ambito applicativo del divieto di cui all’art. 5, comma 8, del D.L. 95/2012 in tutte quelle vicende in cui il lavoratore non abbia colpe per la mancata fruizione delle ferie, riconoscendo al lavoratore il diritto di beneficiare di un’indennità per le ferie non godute, anche quando difetti una previsione negoziale esplicita che consacri tale diritto, ovvero quando la normativa settoriale formuli il divieto di “monetizzare” le ferie (solo così interpretando la norma, non s’incorre nella violazione del diritto garantito dalla Costituzione).

In altri termini, non è il possibile uso distorto della “monetizzazione delle ferie” a far venir meno il diritto inderogabile di cui si discute, che, in certi casi, invece, va salvaguardato, quando inevitabilmente compromesso, almeno sotto forma di compensazione economica.

La mancata fruizione delle ferie per motivi non imputabili al lavoratore, tuttavia, non è, però, la sola ragione per l’esclusione dell’applicabilità dell’art. 5, comma 8, del D.L. 95/12.

Come chiarito dalla più recente giurisprudenza, infatti, il divieto di corresponsione di trattamenti economici sostitutivi si applica solo nei confronti dei Dirigenti titolari del potere di attribuirsi il periodo di ferie senza ingerenze da parte del datore di lavoro (e quindi non nei Dirigenti privi di tale potere)[2]. In altre parola, tale divieto non può essere opposto a chi non ha l’autonomia di stabilire da sé i propri turni di ferie essendo in posizione sotto-ordinata a quella di dirigenti o responsabili gerarchicamente sovraordinati.

La normativa e giurisprudenza europea.

Passando in rassegna la giurisprudenza comunitaria d’altro canto si evince chiaramente come non vi sia mai stato neanche il minimo dubbio sull’esistenza del diritto alla corresponsione di indennità sostitutiva per il mancato godimento di ferie. Come noto, inoltre, il diritto italiano ha l’obbligo di conformarsi alle normative comunitaria e proprio per tale ragione, moltissime pronunce della giurisprudenza nostrana hanno preso spunto dalle decisioni delle corti europee.

La Corte di Giustizia Europea, interpellata in numerose questioni aventi ad oggetto la corresponsione degli emolumenti di cui si discute, ha riconosciuto il diritto all’indennità finanziaria sostitutiva per ferie non godute. Tra le più significative sentenze meritano menzione quelle della Grande Sezione pronunciate nelle cause C-619/16 e C-648/16 e quella della 10° Sezione della Corte di Giustizia pronunciata nella causa C-341-15.

In esse non solo viene riaffermato il diritto del lavoratore alle ferie annuali retribuite ed in mancanza di godimento il diritto ad un’indennità sostitutiva, ma sono fornite importanti indicazioni sull’interpretazione dell’art. 7 della direttiva 2003/88[1] e su come la disposizione debba essere letta in combinato con l’art. 31 della Carta dei diritti fondamentali UE.

Si tratta di un diritto avente una duplice veste: è diritto sociale dell’Unione ma è anche diritto sancito dalla Carta dei diritti fondamentali dell’uomo, con la conseguenza che qualsiasi norma che comporti la perdita del diritto fondamentale, sia esso inteso come ferie sia esso inteso come compenso economico, violerebbe l’art. 7 della direttiva 2003/88 ed il Giudice italiano non ne deve tener conto.

Esplicita la Corte che il datore di lavoro è tenuto ad assicurarsi concretamente, in piena trasparenza, che il lavoratore sia posto effettivamente in grado di fruire delle ferie, invitandolo, se necessario formalmente, a farlo e nel contempo informandolo, in modo accurato ed in tempo utile[1]; ma anche quando per un motivo od un altro, il diritto non viene esercitato dal lavoratore, parte debole del rapporto, al mancato godimento delle ferie non deve mai affiancarsi anche l’impossibilità di un ristoro in forma pecuniaria. Ne consegue che, indipendentemente dal fatto che gli siano state negate o sia stato il lavoratore a non chiederle, secondo il diritto comunitario, egli ha il diritto fondamentale a vedersi corrispondere un’indennità sostitutiva ed il divieto di monetizzazione previsto dall’art. 5, comma 8 del D.L. n. 95/2012, resta assorbito dall’art. 7, paragrafo 2, della direttiva 2003/88  produttivo di effetti diretti nel nostro ordinamento.

Se anche la normativa di cui al divieto nazionale non ricevesse l’interpretazione favorevole alla monetizzazione, per il Giudice italiano scatterebbe ugualmente l’obbligo d’interpretazione conforme alla normativa europea. Il Giudice nazionale inoltre potrà fare diretta applicazione della norma comunitaria, assicurando al lavoratore il diritto fondamentale riconosciuto dall’art. 31, paragrafo 2, della Carta UE, sia pure di natura compensativa e/o sostitutiva, il cui pagamento resta a carico del datore di lavoro che ha beneficiato delle prestazioni lavorative[2].

Altra importante precisazione da fare è che sotto questi aspetti, a nulla rileva il motivo per il quale il rapporto di lavoro è cessato, sia esso per volontà del lavoratore o per raggiungimento dei limiti di età o anche per licenziamento, non essendo il diritto all’indennità finanziaria connesso alla

causa della risoluzione del rapporto di lavoro (ciò che conta è la sola cessazione del rapporto di lavoro ed il mancato godimento da parte del lavoratore delle ferie maturate alla data in cui il rapporto cessa;[1]).

 

Alla luce del raffronto della normativa e degli orientamenti giurisprudenziali italiani e comunitari, pare che non vi sia dubbio alcuno sulla sussistenza di un vero e proprio diritto alla corresponsione di un’indennità economica sostitutiva in caso di mancata fruizione, da parte del lavoratore, dei giorni di ferie a lui contrattualmente spettati.

[1] Consiglio di Stato, Sezione Prima, Adunanza del 20 novembre 2019. N. 00154/2020 e data 20.01.2020.
[2] Tribunale di Busto Arsizio, sent. n. 415 del 26.11.2019; Corte di Appello di Milano, Sez. Lavoro, sent. n. 947 del 10.05.2017; Tar Firenze, Sez. I, 14.10.2016, n. 1455.
Secondo la giurisprudenza della Corte di Cassazione inoltre – sent. 13953/09 – sul principio appena enunciato “non può derivare una presunzione, per tutti i dirigenti, di piena autonomia decisionale nella scelta del se e quando godere delle ferie, non spettando tale potere a qualunque dirigente in quanto tale”.

[3]Articolo 7
Ferie annuali

  • Gli Stati membri prendono prendono le misure necessarie affinché ogni lavoratore benefici di ferie annuali retribuite di almeno 4 settimane, secondo le condizioni di ottenimento e di concessione previste dalle legislazioni e/o prassi nazionali.
  • Il periodo minimo di ferie annuali retribuite non può essere sostituito da un’indennità finanziaria, salvo in caso di fine del rapporto di lavoro.

[4]L’onore della prova, a tal proposito, incombe sul datore di lavoro (cfr. 16 marzo 2006, C-131/04 e C-257/04, punto 68). Nel caso di specie, nessuna prova in tal senso è stata fornita dall’Azienda resistente in quanto, oltre ad appellarsi ad una improponibile inversione dell’onore della prova, si è limitata ad affermare l’esistenza di un piano annuale di ferie redatto di comune accordo e per libera scelta dei medici del reparto (circostanza poi smentita da entrambi i testimoni escussi all’udienza del 08.10.2019).

[5] Il principio dell’interpretazione conforme include l’obbligo di modificare, se del caso, una giurisprudenza consolidata se questa si basa su un’interpretazione del diritto nazionale incompatibile con gli scopi di una direttiva (Sentenza 17 aprile 2018, C-414/16, punti 72 e 73).

[6]Sentenza della Corte di Giustizia, Decima Sezione, nella causa C-341/15, punto 29.

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